INTELLIGENZA ARTIFICIALE POLITICHE ISTITUZIONALE UN CONFRONTO TRA EUROPA E CINA

 

2026/07/15

INTELLIGENZA ARTIFICIALE POLITICHE ISTITUZIONALE UN CONFRONTO TRA EUROPA E CINA

 INTELLIGENZA ARTIFICIALE POLITICHE ISTITUZIONALE UN CONFRONTO TRA EUROPA E CINA

Addio Ai Act, l’omnibus del Parlamento europeo ha smantellato ogni protezione

Stefano Bocconetti

Europa Una revisione voluta dalla destra Ue in nome della "semplificazione". Che fa tabula rasa della resistenza alla minaccia dell'intelligenza artificiale made in Silicon Valley

Leggi anche La via cinese all’intelligenza artificiale

Il Manifesto Edizione 15/07/2026


L’intelligenza artificiale made in Europe arriverà forse domani. O dopodomani. Sempre forse. Intanto però gli utenti dell’intelligenza artificiale perdono quasi tutti i loro diritti.

Cos’è accaduto? Che circa due settimane fa, il Parlamento di Bruxelles – con 423 sì, 174 astenuti e 57 contrari, solo la sinistra – ha votato il digital omnibus sull’intelligenza artificiale. La chiamano digital VII. Il testo ha avuto poi il varo definitivo dal consiglio di Bruxelles e a giorni sarà pubblicato sulla gazzetta ufficiale europea. E diventerà operativo.

Cos’è? Una contorta serie di provvedimenti che riscrive ed azzera quasi tutte le garanzie che erano state scritte appena due anni fa, al momento del varo dell’AIAct, la legge europea che avrebbe dovuto regolare il settore. Misure che non hanno fatto in tempo ad entrare in funzione.

Chi ha immaginato questa riscrittura – votata dalla maggioranza di Von Der Leyen e da quasi tutta la destra –, l’ha presentata come quella necessaria a “sveltire le procedure”, che creavano ostacoli allo sviluppo. Le stesse identiche parole di Draghi o quelle che Altman, Amodei, Hassabis, e tutte le altre big statunitensi hanno usato nelle trattative, ufficiali e meno, con Bruxelles.

Il risultato? Un via libera a chi oggi immette sul mercato e controlla le intelligenze artificiali, nessuna difesa per chi le usa. Al punto che tutte le più autorevoli associazioni per i diritti digitali (da Edri ad Access Now, fino a Amnesty) per la prima volta nella loro ormai lunga storia, avevano chiesto di respingere il testo. Non di modificarlo, come è accaduto altre volte ma di cancellarlo. Perché il “digital omnibus sull’intelligenza artificiale non avrebbe mai dovuto vedere la luce”.

C’è di tutto e di peggio. La cosa più evidente è che i controlli sui sistemi definiti “ad alto rischio” sono stati rinviati di un anno e mezzo. Sarebbero dovuti partire all’inizio di agosto, la scadenza è stata spostata alla fine del 2027. Significa che strumenti che possono incidere sulla condizione di vita delle persone – magari con un algoritmo che decide chi escludere dai sussidi, chi può ottenere il permesso di soggiorno, chi è bocciato, chi non ha diritto alle cure – continueranno a funzionare. Sarà, insomma, la corsa a vendere subito le intelligenze artificiali, anche le più imperfette. E le organizzazioni per i diritti ricordano che lo slittamento delle procedure non è mai “neutro”: ritarda il momento nel quale chi è vittima dell’intelligenza artificiale può difendersi.

È la misura più evidente, ma è ancora poco. Sempre dalla fine del prossimo anno, chi produce o vende sistemi di intelligenza artificiale “ad alto rischio”, dovrà fornire metà della documentazione che era invece richiesta alla prima stesura dell’AI Act. Tradotto: gli enti regolatori nazionali, la società civile avranno meno strumenti per valutare se quelle intelligenze artificiali creano danni.

C’è tanto altro, tutto peggiorativo. Anche parti molto tecniche che magari sfuggono ad una lettura superficiale. Per esempio, il regalo fatto alle imprese, voluto, si dice, soprattutto dalla Germania e dall’Italia. Il “digital”, ora sposta tanti capitoli dalla sezione A dell’allegato I alla sezione B. È la parte delle norme che dovrebbe riguardare (anche) la protezione dei lavoratori alle prese con macchinari funzionanti con l’intelligenza artificiale. Quello spostamento apparentemente burocratico significa però che le apparecchiature aziendali automatizzate che producono auto, giocattoli, impianti e via dicendo non saranno più soggette all’AI Act ma alle norme di settore. I rischi per i lavoratori che sono a quelle catene di montaggio saranno “coperti” solo dalle vecchie leggi. O dai contratti, se prevedono qualche paragrafo per i nuovi rischi.

Si potrebbe continuare. Raccontando l’indebolimento della protezione dei dati, che fa il paio con altre misure in via di approvazione e che di fatto regalano alle big tech l’accesso a milioni di informazioni. Già adesso, però – con questo digital – i dati personali avranno solo una protezione di carta velina. Protetti solo se riguardano la privacy. Basterà che chi li raccoglie dica che lo fa non per profilare ma per riorganizzare il lavoro, per sveltire le pratiche, per i cosiddetti “legittimi interessi commerciali”. Basterà che le medie imprese – ora completamente esonerate dai controlli – dichiarino di non avere strumenti “atti alla profilazione” personale. Raccoglieranno i dati, li gireranno a chi di dovere e basterà incrociare cinque, sei informazioni per avere il quadro completo di una persona.

Ma di tutto questo, chi ha voluto il digital non ne parla. Per capire: Arba Kokalari, co-relatrice, esponente della destra svedese, in una conferenza stampa a Bruxelles, ha parlato solo ed esclusivamente di quella parte delle leggi che puniscono la manipolazione e la diffusione di materiale pornografico senza consenso. Le immagini fatte dall’intelligenza artificiale di minori, di persone nude – senza il loro permesso – saranno punite. Diventerà un reato penale e dovrebbe colpire chi le produce, chi le diffonde, chi non le cancella.

È un paragrafo, però, che ha fatto un po’ da specchietto per le allodole per tanti, visto che qualche esponente socialdemocratico ha dichiarato di aver votato in aula il “digital”, solo per la parte contro la pornografia.

Ma anche qui il testo andrebbe letto con attenzione. Perché quanto meno rivela una tendenza occidento-centrica. Silvia Semenzin, ricercatrice, femminista, ha per esempio evidenziato che nel testo si vietano i deepfake “pornografici ed intimi”. Senza ulteriori spiegazioni. Che vuol dire? Una donna musulmana, credente, raffigurata senza hijab si vede violare o no la sua intimità, la sua privacy, pur non essendo un’immagine pornografica? La norma scritta in fretta non lo dettaglia.

Ma in ogni caso, più che ogni singolo pezzo della mostruosità giuridica, probabilmente conta ancor di più il messaggio politico che l’accompagna. Il digital omnibus non è una semplificazione delle regole sull’intelligenza artificiale. Quelle che avevano fatto esultare – un po’ a sproposito – tanti come il primo vero tentativo al mondo di governo nel settore. Prima ancora che l’AI Act mostrasse le sue capacità ed i suoi limiti, è stato riscritto. Azzerando la parte dei diritti. Esattamente quel che chiedevano le bit tech e le destre. Americane ed europee. Le leggi che non piacciono si possono cambiare, insomma, prima dell’entrata in vigore. È la corsa al ribasso della democrazia in nome del mercato.

Aggiornamenti

14/07/2026, 21:11 articolo aggiornato

Nord sud ovest est Controllare la rivoluzione, diffonderla ovunque. È il doppio binario su cui Pechino sta costruendo la propria strategia sull'IA. Da un lato, vara il primo piano organico di una grande economia per governare l'impatto sul lavoro. Dall'altro accelera la diffusione capillare in industria, sanità, logistica, istruzione e assistenza. Più che inseguire la sola frontiera tecnologica, la Cina punta a realizzare una nuova infrastruttura in grado di coniugare innovazione, crescita e stabilità sociale

Leggi ancheI timori asiatici sul G2 di Trump e Xi

Il Manifesto Edizione 09/07/2026


L’intelligenza artificiale deve trasformare l’economia. Ma non può destabilizzare la società. È il principio che guida la Cina, che ha appena pubblicato il nuovo piano per l’occupazione 2026-2030, il primo documento organico elaborato da una grande economia mondiale che affronta direttamente l’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro. È il tentativo di costruire un sistema permanente capace di misurare, prevedere e gestire gli effetti della più grande trasformazione tecnologica degli ultimi decenni.

Il piano prevede la creazione di un meccanismo di monitoraggio dedicato all’intelligenza artificiale, incaricato di individuare i comparti maggiormente esposti all’automazione e di attivare sistemi di allerta precoce quando emergano segnali di deterioramento del mercato del lavoro. Per farlo, le autorità non intendono limitarsi alle statistiche tradizionali, ma ricorrere anche a indicatori non convenzionali: consumi di energia elettrica industriale, dati previdenziali, flussi dei pagamenti digitali e altre informazioni raccolte quasi in tempo reale.

È una fotografia piuttosto fedele del metodo cinese. Prima ancora di intervenire, il governo vuole osservare. Prima ancora di regolamentare, vuole misurare. L’obiettivo non è rallentare la diffusione dell’intelligenza artificiale, ma impedirne gli effetti destabilizzanti su occupazione e stabilità sociale, due elementi che continuano a rappresentare uno dei principali pilastri della legittimità politica del Partito comunista.

Il documento arriva inoltre poche settimane dopo una decisione giudiziaria destinata probabilmente a fare scuola. Il tribunale di Hangzhou ha stabilito che un’azienda non può licenziare un dipendente semplicemente perché un sistema di intelligenza artificiale è diventato in grado di svolgere il suo lavoro a costi inferiori. Nel caso esaminato, il lavoratore si occupava di verificare la qualità delle risposte generate dai modelli linguistici. Dopo i progressi dell’IA, l’azienda aveva deciso di trasferirlo a una mansione meno qualificata con una consistente riduzione dello stipendio. Al rifiuto del dipendente era seguito il licenziamento.

I giudici hanno ribaltato questa impostazione. Secondo la sentenza, l’adozione dell’intelligenza artificiale costituisce una scelta imprenditoriale volontaria finalizzata a migliorare la competitività. Non rappresenta quindi un cambiamento oggettivo tale da giustificare automaticamente la soppressione di un posto di lavoro. Il rischio economico derivante dall’introduzione della nuova tecnologia non può essere trasferito integralmente sui lavoratori.

È un principio che potrebbe assumere un valore ben più ampio del singolo caso. Se in Occidente molte aziende hanno iniziato a presentare l’IA come uno strumento per ridurre rapidamente il personale, la giurisprudenza cinese sembra indicare una direzione diversa: prima la riqualificazione, poi eventualmente la riorganizzazione.

Allo stesso tempo, la leadership cinese considera l’intelligenza artificiale indispensabile per affrontare problemi strutturali sempre più evidenti. La popolazione in età lavorativa diminuisce, il costo del lavoro aumenta, la produttività rallenta e l’invecchiamento della società mette sotto pressione il sistema sanitario e quello assistenziale. Eppure, un’automazione troppo rapida rischierebbe di aggravare la disoccupazione giovanile e di alimentare tensioni sociali proprio mentre il modello economico cinese attraversa una fase di rallentamento.

Mentre costruisce la propria architettura regolatoria, Pechino accelera la diffusione dell’intelligenza artificiale in praticamente ogni settore dell’economia. L’iniziativa “AI Plus”, lanciata lo scorso anno, si propone di realizzare una nuova infrastruttura produttiva nazionale, integrando sistemi intelligenti all’interno della manifattura, della logistica, dell’agricoltura, della sanità, dell’istruzione, dell’energia e dei servizi.

Negli Stati Uniti e in Europa, l’intelligenza artificiale è ancora spesso vissuta come una corsa alla costruzione del modello più avanzato. Più parametri, più capacità computazionale, più potenza di calcolo. La Cina, pur partecipando pienamente a questa competizione con aziende come DeepSeek, Alibaba, Tencent, ByteDance o Huawei, guarda soprattutto alla fase successiva: l’innovazione su scala e l’applicazione concreta.

Nelle fabbriche intelligenti, sistemi di visione artificiale controllano la qualità dei prodotti, coordinano robot industriali e ottimizzano i consumi energetici. Negli ospedali, algoritmi assistono i medici nell’analisi delle immagini diagnostiche e nella gestione dei pazienti. In agricoltura, droni e sensori elaborano dati raccolti direttamente nei campi per ridurre il consumo di acqua e fertilizzanti. Nella logistica, software predittivi organizzano magazzini e trasporti. Nelle città, piattaforme intelligenti regolano traffico, reti elettriche e servizi pubblici. L’assistenza agli anziani, destinata a diventare uno dei principali problemi della Cina nei prossimi decenni, inizia a prevedere l’impiego di robot umanoidi.

In molti casi non si tratta di innovazioni spettacolari. Spesso sono applicazioni invisibili agli occhi del grande pubblico. Ma è proprio questa normalizzazione dell’intelligenza artificiale a rappresentare uno degli aspetti più interessanti del modello cinese, in cui il valore è rappresentato soprattutto dalla diffusione. Più l’IA entra nei processi produttivi, più genera dati. Più dati vengono raccolti, più gli algoritmi migliorano. Più gli algoritmi migliorano, maggiore diventa la produttività complessiva del sistema industriale. Si crea così un circolo cumulativo che potrebbe rappresentare il principale vantaggio competitivo cinese nel medio periodo.

Aggiornamenti

08/07/2026, 14:49 articolo aggiornato



BREVE


Chi governa l'intelligenza artificiale? Europa, Cina e la deregulation a stelle e strisce

Nel giro di poche settimane, tra giugno e luglio 2026, tre potenze hanno mostrato tre modi radicalmente diversi di rapportarsi all'intelligenza artificiale come questione di potere, non solo di tecnologia. Il confronto è istruttivo perché rivela, meglio di ogni dichiarazione di principio, dove si colloca davvero il baricentro degli interessi in gioco.

Europa: la ritirata mascherata da semplificazione

Il Parlamento europeo ha approvato il digital omnibus sull'intelligenza artificiale, un pacchetto di modifiche che smonta pezzo per pezzo l'AI Act varato appena due anni fa. I controlli sui sistemi "ad alto rischio" slittano di un anno e mezzo, dall'agosto 2026 alla fine del 2027. La documentazione richiesta a chi produce questi sistemi si dimezza. Interi capitoli sulla protezione dei lavoratori nelle catene di montaggio automatizzate vengono derubricati a norme di settore, uscendo di fatto dal perimetro dell'AI Act. La protezione dei dati personali si riduce a una clausola facilmente aggirabile invocando "legittimi interessi commerciali".

Il voto — 423 sì, quasi tutta la destra più la maggioranza di Von der Leyen, contro 57 no, solo la sinistra — racconta con chiarezza chi ha vinto questa partita. Le associazioni per i diritti digitali, da Edri ad Amnesty, per la prima volta nella loro storia avevano chiesto non di modificare ma di respingere l'intero testo. Il linguaggio usato per giustificarlo — "sveltire le procedure", eliminare gli "ostacoli allo sviluppo" — è lo stesso, parola per parola, usato da Draghi e dai vertici delle Big Tech statunitensi nelle trattative con Bruxelles. Non è una coincidenza lessicale: è la fotografia di chi ha scritto il testo.

Cina: governare la transizione, non solo la tecnologia

Pechino si muove su un binario diverso. Il nuovo piano per l'occupazione 2026-2030 è il primo documento organico prodotto da una grande economia mondiale che affronta direttamente l'impatto dell'IA sul mercato del lavoro, con un meccanismo di monitoraggio che incrocia dati previdenziali, consumi energetici industriali e flussi di pagamento per anticipare le crisi settoriali prima che esplodano.

Il segnale più netto arriva però dalla giurisprudenza: il tribunale di Hangzhou ha stabilito che un'azienda non può licenziare un lavoratore solo perché un sistema di IA può svolgere il suo compito a costi minori. L'adozione dell'IA, dice la sentenza, è una scelta imprenditoriale volontaria, non un evento oggettivo che giustifichi automaticamente il licenziamento: il rischio economico dell'innovazione non può essere scaricato interamente sui lavoratori. È un principio che va nella direzione opposta a quella prevalente in Occidente, dove l'IA viene presentata anzitutto come leva di riduzione del personale.

Attenzione: non si tratta di un modello alternativo pensato per i diritti dei lavoratori in quanto tali, ma di una gestione centralizzata della transizione tecnologica funzionale alla tenuta sociale — e dunque alla legittimità del sistema politico. È un controllo dall'alto, non un'autonomia dal basso. Ma è comunque un controllo, mentre in Europa si sta smontando anche quel poco che esisteva.

Annotazione: gli Stati Uniti, tra deregulation e panico da sicurezza nazionale

Washington offre un terzo modello, ancora diverso. L'Executive Order firmato da Trump il 2 giugno 2026, dopo settimane di rinvii e scontri interni all'amministrazione, non introduce alcun obbligo verso il mercato: chiede alle aziende uno screening volontario dei modelli più avanzati, non vincolante, 30 giorni prima del rilascio pubblico. Il testo puntualizza esplicitamente che nulla debba essere interpretato come l'introduzione di una forma di "autorizzazione governativa" o di "licenza". È la stessa cornice ideologica dell'AI Action Plan di gennaio, che aveva già abrogato ogni residuo di cautela ereditato dall'amministrazione Biden.

Ma è significativo che anche qui si sia arrivati a un imprevisto minimo di regolazione — e non per pressione dei diritti civili, bensì per paura securitaria: i test compiuti sul modello Mythos di Anthropic, capace di individuare vulnerabilità nei sistemi informatici di banche e infrastrutture critiche, hanno convinto la Casa Bianca a correggere una linea di totale deregolamentazione. Anche negli Stati Uniti più oltranzisti, insomma, la sicurezza dello Stato conta più della libertà di mercato — mentre i diritti dei cittadini e dei lavoratori non entrano nemmeno nell'equazione.

Tre logiche, un solo vincitore

Tre approcci diversi, ma un solo vero convitato di pietra assente in tutti e tre: i diritti di chi l'intelligenza artificiale la subisce. In Europa vengono formalmente previsti e poi smontati in nome del mercato. In Cina vengono sostituiti dalla gestione statale della stabilità sociale. Negli Stati Uniti non vengono nemmeno posti come problema, se non quando si trasformano in rischio per la sicurezza nazionale. È la misura di quanto la governance dell'IA sia, ovunque, non una questione tecnica ma un terreno di lotta per il controllo del lavoro, dei dati e del potere.

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PROMPT

CIAO, partendo da questi due articoli che ti presento, ma eventualmente aggiungendo anche altre cose vorrei sviluppare un articolo che mette a confronto le politiche di governance della intelligenza artificiale tra Europa e Cina. Con una annotazione a parte sul caso USA. Mi serve un pezzo breve (3-5000 caratteri ed uno più ampio


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CLAUDE 15-7-26

LUNGA


La governance dell'intelligenza artificiale come campo di lotta: Europa, Cina, Stati Uniti

Premessa: perché la "regolazione" non è mai neutra

Ogni volta che un governo scrive una norma sull'intelligenza artificiale, sta facendo qualcosa di più preciso che "regolare una tecnologia": sta decidendo chi ha diritto di sapere come funziona un algoritmo che lo riguarda, chi può essere escluso da un sussidio o da un permesso di soggiorno sulla base di un punteggio automatico, chi paga il costo sociale della sostituzione del lavoro umano con un sistema automatizzato, e chi invece incassa i profitti di quella sostituzione. Le ultime settimane — tra il varo del digital omnibus europeo, il nuovo piano cinese sull'occupazione e l'Executive Order firmato da Trump il 2 giugno — offrono un caso di scuola per osservare tre risposte molto diverse a queste domande, e per capire che dietro il linguaggio tecnico di "semplificazione", "sicurezza nazionale" o "stabilità sociale" si muovono interessi di classe precisi.

Europa: dall'AI Act al suo smantellamento in due anni

Quando l'AI Act fu varato, nel 2024, fu salutato — anche un po' frettolosamente — come il primo tentativo organico al mondo di dare un governo pubblico all'intelligenza artificiale. Prima ancora che le sue misure entrassero pienamente in vigore, il Parlamento europeo ha votato, con 423 sì (la maggioranza di Von der Leyen più quasi tutta la destra), 174 astenuti e 57 no (la sola sinistra), il cosiddetto digital omnibus: una revisione che riscrive ed erode quasi tutte le garanzie previste dal testo originario.

Gli elementi principali sono noti ma vale la pena elencarli, perché ciascuno pesa in modo diverso:

  • Slittamento dei controlli. I sistemi classificati "ad alto rischio" — quelli che possono decidere chi ha accesso a un sussidio, a una cura, a un permesso di soggiorno, a una promozione scolastica — dovevano essere sottoposti a verifica dall'inizio di agosto 2026. La scadenza è ora spostata alla fine del 2027. Le organizzazioni per i diritti digitali (Edri, Access Now, Amnesty) hanno sottolineato che questo tipo di rinvio non è mai tecnicamente neutro: ritarda proprio il momento in cui chi subisce un danno da un sistema automatizzato può difendersi.

  • Dimezzamento della documentazione richiesta. Chi produce o vende sistemi "ad alto rischio" dovrà fornire, dalla fine del 2027, la metà della documentazione prevista dal testo originario. Meno documentazione significa meno strumenti, per i regolatori nazionali e per la società civile, per valutare se un sistema produce danni.

  • Spostamento tra gli allegati. Un intervento apparentemente burocratico — lo spostamento di alcuni capitoli dalla sezione A alla sezione B dell'allegato I, sostenuto in particolare da Germania e Italia — fa uscire le apparecchiature aziendali automatizzate (linee di produzione di auto, giocattoli, impianti industriali) dal perimetro dell'AI Act, sottoponendole solo alle norme di settore. I rischi per chi lavora su quelle catene di montaggio finiscono coperti solo dalla legislazione precedente, o dai contratti collettivi, se e quando prevedono clausole sui nuovi rischi tecnologici.

  • Erosione della protezione dei dati. Basterà che chi raccoglie dati dichiari di farlo per "legittimi interessi commerciali" — riorganizzazione del lavoro, snellimento delle pratiche — invece che per fini di profilazione, per aggirare gran parte delle tutele. Le medie imprese, ora esonerate dai controlli, potranno dichiarare semplicemente di non disporre di strumenti "atti alla profilazione". Bastano cinque o sei informazioni incrociate per ricostruire il profilo completo di una persona.

Il linguaggio usato per giustificare questa operazione — "sveltire le procedure", eliminare gli "ostacoli allo sviluppo" — è esattamente lo stesso adottato da Draghi nel suo rapporto sulla competitività e dai vertici delle grandi aziende statunitensi di IA (Altman, Amodei, Hassabis) nelle trattative, ufficiali e informali, con Bruxelles. Non è un dettaglio stilistico: è la prova di dove sia stato effettivamente scritto il testo, e per conto di chi.

Interessante, in questo quadro, l'uso strumentale della parte del pacchetto che criminalizza i deepfake pornografici non consensuali: una misura di per sé condivisibile, ma diventata — come ha notato la co-relatrice Arba Kokalari, esponente della destra svedese, presentandola come l'unico contenuto degno di nota in conferenza stampa — lo specchietto per le allodole che ha permesso a settori socialdemocratici di votare il pacchetto dicendo di averlo fatto "solo per quella parte". Anche qui, però, la norma mostra i suoi limiti: come ha osservato la ricercatrice femminista Silvia Semenzin, il divieto riguarda i deepfake "pornografici e intimi" senza ulteriori specificazioni, lasciando aperta la domanda su cosa accada, ad esempio, a un'immagine manipolata che raffiguri senza consenso una donna musulmana priva di hijab — una violazione dell'intimità che non rientra necessariamente nella categoria "pornografico" così come intesa nel testo.

Il messaggio politico complessivo, più di ogni singola misura, è che le regole scritte per limitare il potere delle grandi aziende tecnologiche possono essere riscritte prima ancora di essere sperimentate, non appena l'equilibrio politico lo consente. È la corsa al ribasso della sovranità regolatoria in nome della competitività di mercato.

Cina: controllo centralizzato della transizione, non emancipazione del lavoro

Il modello cinese si muove su un piano diverso e, per certi versi, speculare. Pechino ha pubblicato il primo piano organico elaborato da una grande economia mondiale che affronta direttamente l'impatto dell'intelligenza artificiale sul mercato del lavoro, per il periodo 2026-2030. Il piano prevede un meccanismo di monitoraggio dedicato, con il compito di individuare i settori più esposti all'automazione e di attivare allerte precoci quando emergono segnali di deterioramento occupazionale. Le autorità non si limitano alle statistiche tradizionali: incrociano consumi di elettricità industriale, dati previdenziali, flussi di pagamento digitale, in un approccio quasi in tempo reale.

Il principio guida, esplicitato nel documento, è che l'intelligenza artificiale debba trasformare l'economia senza destabilizzare la società — un equilibrio che tocca direttamente uno dei pilastri della legittimità politica del Partito comunista cinese, cioè la promessa di stabilità in cambio di crescita.

Il segnale giuridico più rilevante, in questo contesto, arriva da una sentenza del tribunale di Hangzhou: un'azienda non può licenziare un dipendente semplicemente perché un sistema di intelligenza artificiale è in grado di svolgere il suo lavoro a costi inferiori. Nel caso specifico, un lavoratore addetto al controllo qualità delle risposte generate da modelli linguistici era stato demansionato con una forte riduzione salariale dopo i progressi dell'IA; al suo rifiuto era seguito il licenziamento. I giudici hanno stabilito che l'adozione dell'intelligenza artificiale è una scelta imprenditoriale volontaria — finalizzata a migliorare la competitività — e non un cambiamento oggettivo tale da giustificare automaticamente la soppressione del posto di lavoro: il rischio economico dell'innovazione tecnologica non può essere scaricato integralmente sui lavoratori.

È un principio potenzialmente di portata generale, che va in direzione opposta rispetto alla narrazione prevalente in Occidente, dove l'IA viene presentata anzitutto come strumento per tagliare rapidamente personale. La giurisprudenza cinese sembra suggerire una sequenza diversa: prima la riqualificazione, poi, eventualmente, la riorganizzazione.

Va detto con chiarezza, però, che questo non equivale a un modello di autonomia dei lavoratori o di controllo democratico dal basso sulla tecnologia. È un controllo statale e centralizzato, motivato dalla necessità di gestire tensioni strutturali di lungo periodo — calo della popolazione in età lavorativa, aumento del costo del lavoro, rallentamento della produttività, invecchiamento della società — senza che l'automazione aggravi la disoccupazione giovanile in una fase di rallentamento del modello di crescita cinese. In parallelo, l'iniziativa "AI Plus" spinge la diffusione capillare dell'IA in manifattura, logistica, agricoltura, sanità, istruzione, energia e servizi, con l'obiettivo dichiarato di costruire un circolo cumulativo — più dati, algoritmi migliori, maggiore produttività — che rappresenta il vero vantaggio competitivo cinese nel medio periodo, più che la sola rincorsa ai modelli più grandi che caratterizza il dibattito occidentale.

Il risultato è una logica che non promette diritti individuali azionabili, ma pianificazione della transizione a fini di tenuta sistemica: un controllo dall'alto sulla velocità e sulle conseguenze del cambiamento tecnologico, non una sua messa in discussione.

Annotazione: gli Stati Uniti, tra ideologia della deregulation e panico da sicurezza nazionale

Il caso statunitense merita un'annotazione a parte perché mostra, meglio degli altri due, la tensione interna a un blocco di potere che si presenta come coeso ma non lo è affatto.

Il punto di partenza resta l'abrogazione, il 20 gennaio 2025, dell'Executive Order 14110 firmato da Biden nell'ottobre 2023 — che imponeva agli sviluppatori dei sistemi più potenti di condividere con il governo test di sicurezza e risultati di red teaming. Al suo posto, l'amministrazione Trump ha varato l'America's AI Action Plan, con l'esplicito obiettivo di "rimuovere la burocrazia e la regolamentazione onerosa" e di vincere la corsa globale all'IA come si vinse "la corsa allo spazio".

Per mesi, l'ala più oltranzista dell'amministrazione — con l'allora responsabile informale per l'IA David Sacks, vicino a Peter Thiel ed Elon Musk — ha bloccato ogni tentativo di introdurre vincoli, sostenendo che qualsiasi regola avrebbe favorito la Cina nella competizione tecnologica. Un Executive Order più stringente, previsto per fine maggio 2026, è stato prima congelato dallo stesso Trump proprio per timore che rallentasse il vantaggio americano.

A far cambiare linea è stato un episodio specifico e istruttivo: i test condotti su Mythos, il modello di Anthropic, avevano mostrato una capacità di individuare vulnerabilità nei sistemi informatici di banche, assicurazioni e infrastrutture governative. È stato il rischio per la sicurezza dello Stato — non una preoccupazione per i diritti dei cittadini o dei lavoratori — a spostare l'asse verso le posizioni più caute, sostenute dalla capa di gabinetto Susie Wiles e dal segretario al Tesoro Scott Bessent, con l'uscita di Sacks dal ruolo governativo a marzo.

Il testo firmato il 2 giugno 2026, "Promoting Advanced Artificial Intelligence Innovation and Security", riflette questo compromesso interno, fragile e tutto interno all'esecutivo: chiede alle aziende di sottoporre volontariamente i modelli più avanzati a uno screening governativo circa 30 giorni prima del rilascio pubblico — una finestra ridotta rispetto ai 90 giorni previsti dalla prima bozza, dopo le pressioni del settore per portarla a 14. Il testo precisa esplicitamente che nulla in esso deve essere interpretato come l'istituzione di una licenza, una preclearance o un'autorizzazione governativa obbligatoria per lo sviluppo e la distribuzione di nuovi modelli, inclusi quelli di frontiera. In parallelo, il National Security Presidential Memorandum dell'8 giugno articola la politica di sicurezza nazionale sull'IA attorno a quattro pilastri — adozione, adattamento, garanzia, responsabilità — con l'obiettivo dichiarato di garantire agli Stati Uniti "un vantaggio decisivo e duraturo contro ogni avversario".

La differenza di architettura rispetto all'Unione europea è netta. Dove l'AI Act — anche dopo l'omnibus — mantiene formalmente un impianto ex ante, prescrittivo, presidiato da autorità di vigilanza con poteri sanzionatori, l'ordine americano sceglie la strada dell'adesione volontaria e della cooperazione negoziata con l'industria, priva di effetti giuridici direttamente azionabili dai privati. È significativo che perfino l'amministrazione più esplicitamente orientata alla deregolamentazione degli ultimi anni abbia dovuto ammettere, sia pure nella forma più debole possibile, che i modelli di frontiera non possono essere trattati come un prodotto software qualunque quando mostrano capacità avanzate nel dominio informatico. Ma resta un dato di fondo: a muovere Washington non sono stati i diritti delle persone soggette a decisioni algoritmiche, bensì il timore che l'IA più avanzata potesse trasformarsi in un'arma contro le stesse infrastrutture critiche dello Stato che la promuove.

Tre logiche di potere, un solo assente

Messe a confronto, le tre traiettorie disegnano una mappa piuttosto nitida. L'Unione europea aveva costruito, sulla carta, l'impianto più ambizioso in termini di tutela dei diritti — e lo sta smontando pezzo per pezzo, sotto la pressione convergente delle grandi aziende tecnologiche americane e degli interessi industriali interni, in nome della "competitività". La Cina non promette diritti individuali azionabili, ma costruisce uno strumentario statale di pianificazione e controllo della transizione, funzionale innanzitutto alla tenuta sociale del sistema — un modello che nella sua sentenza di Hangzhou produce, come effetto collaterale, una protezione del lavoro più solida di quella oggi garantita in molti ordinamenti occidentali, senza per questo essere un modello di autodeterminazione dei lavoratori. Gli Stati Uniti oscillano tra un'ideologia di mercato che rifiuta ogni vincolo pubblico e un riflesso di sicurezza nazionale che introduce, controvoglia, le prime forme — deboli, volontarie, revocabili — di sorveglianza statale sui modelli più potenti.

In nessuno dei tre casi il punto di partenza è la tutela di chi l'intelligenza artificiale la subisce nella propria vita quotidiana: chi viene escluso da un sussidio da un algoritmo, chi perde il lavoro perché sostituito da un sistema automatizzato, chi vede i propri dati circolare senza controllo. In Europa questa tutela viene enunciata e poi progressivamente svuotata sotto la pressione del mercato. In Cina viene sostituita dalla gestione statale della stabilità, con esiti talvolta più favorevoli al lavoro ma senza alcuna base di controllo democratico dal basso. Negli Stati Uniti non entra nemmeno nell'agenda, se non quando si traveste da minaccia alla sicurezza nazionale. È la conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, che la governance dell'intelligenza artificiale non è mai una questione puramente tecnica: è un terreno di lotta per il controllo del lavoro, dei dati e, in definitiva, del potere — e su questo terreno, per ora, a vincere sono quasi sempre le stesse forze.


LUNGA

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